IL CASTELLO CERVARIZZA PRESSO PALAZZO S. GERVASIO

A sudest di Palazzo San Gervasio, sede di un glorioso castello, sorgeva il villaggio di Cervarizza o Cervarezzo (Cervaricium).

Risulta dai documenti che l’antico casale apparteneva nel Duecento alla Badia di Santa Maria di Banzi. Esso era quindi un villaggio a sé stante con una propria fortificazione. Poiché era sito in “un luogo la cui aria non era affatto salubre”, avveniva che gli abitanti soffrissero la malaria ed avvenivano numerose morti; così, piano piano, la popolazione si spostò in un luogo più salubre: “ne’ vecchi tempi”, si legge in un atto notarile del 1755, “il castello o casale popolato osservandovi tuttavia la vestigia de' caduti edifici e rimaneva Cervarizza alle cinque miglia distante da Banzi e circa un miglio e mezzo da S. Gervasio o sia Palazzo”.

Anche in questo sito abbandonato e sperduto della Basilicata conserva una storia così lontana nel tempo, che non si ricorda neanche il periodo.

Raccontano i contadini che a Cervarizza sorgeva un importante castello lungo la strada che conduceva a Gravina in Puglia. Qui viveva il barone che, servito da due monaci, governava la popolazione con cattiveria e spregio per la vita, chiedendo tasse ed approfittando di qualsiasi fanciulla poiché esercitava lo jus primae noctis. Un giorno, passeggiando verso il paese, incontrò uno dei suoi monaci che gli rivelò una curiosità. La figlia di Mastro Giuseppe, bellissima fanciulla, veniva sempre nascosta al passaggio del barone affinché egli non la conoscesse.

Il barone di Cervarizza, furbo e cattivo, inviò l’altro monaco a casa di Mastro Giuseppe per chiedere della ragazza. Il povero padre non seppe che rispondere all’evidenza, ma non sapeva come fare per sottrarre la figlia a quel mostro. Gli venne un’idea: travestirsi con gli abiti della fanciulla e fare un affronto allo stesso barone, odiato da tutti.

Prese le vesti della ragazza e si armò di tutto punto. Entrò nel castello di notte, in tutta fretta. “Entra, figlia di Giuseppe, entra in questo Paradiso!”, disse il barone. La “fanciulla” si accostò al barone ed infilzò la lama nella pancia dello sventurato. “Tradimento!”, gridò. Accorsero i monaci servi del barone e videro le vesti della fanciulla, lì per terra. Tutti i lacché del barone videro la stanza in un lago di sangue e le vesti trattenute per le mani dal cattivo.

Nessuno intervenne per soccorrere il morente, e anche i sacerdoti furono presi e scacciati a pietrate dal paese di Cervarizza.

Fu allora che Mastro Giuseppe e sua figlia divennero eroi del paese, che per odio decise di trasferirsi in altro luogo, “più salubre” di quell’aria respirata dal barone.

(di P. Rescio)