IL CASTELLO DI SAN FELE
Linsediamento di San Fele, posto a circa 872 metri s.l.m. sullestremità nordoccidentale della Basilicata, quasi al confine con il territorio di Calitri, in Irpinia, si trova nel punto in cui si incrociano le strade fra Atella, Rapone, Muro Lucano e Ruvo del Monte, fatto che impone di supporre che linsediamento corservi molto di più di quello che è visibile, soprattutto se si pensa ad un eventuale presenza normanna e sveva nel territorio.
Nei pressi sorge il luogo detto Perno o Pierno, dove
sorge la chiesa di Santa Maria, probabilmente costruita sotto gli auspici di
Riccardo di Balvano prima del 1175, la quale potrebbe quindi far ubicare
l'antica Armaterra sulla cosiddetta Civita di S. Fele.
Arroccata
questultima su di unaltidudine di 960 metri, conserva una struttura
a pianta rettangolare che fa individuare quel castrum Sancti
Felicis a cui erano tenuti alla manutenzione, nel 1277, gli abitanti di
Rapone, Ruvo del Monte (Sancti Thome de Ruvo), Bella e del casale di S. Maria
di Perno. Dalla relazione di Arduini del 1674 sappiamo che il castello era
di forma bislonga e fabricato a guisa di un vascello, ma è quasi
distrutto e con la sola prospettiva di mura (...) Federico II (...) lo strinse
anchora, e per renderlo del tutto inespugnabile, e lo fiancheggiò di
alcune mezze lune e torrioni, le vestigia de quali si vedono, benchè
rovinate e disfatte.
In questo castello, prima che fosse ridotto alla stato di rudere, si racconta che era abitato da marito e moglie, che vivevano piuttosto miseramente, quasi di stenti. Una mattina, spinto dal bisogno, luomo disse alla donna: Speriamo di riuscire a buscarmi una giornata di lavoro in campagna. Andò infatti in un fondo e trovò da zappare. Mentre zappava, passò limperatore che gli chiese: Vecchio feudatario, come ti sei ridotto? Eh, signor, mi sto cercando di guadagnarmi qualcosa per pagarti le tasse e per non morire di fame Ma non ce la faccio più per la debolezza. Sai, non sono abituato a lavorare.
Ora ti darò io un pezzo di pane, rispose il re, ma non devi darlo a nessuno. Devi mangiarlo solo tu con una fetta, e potrai saziarti per molto tempo e fare a meno di venire a lavorare; attento, ripeto a non darlo a nessuno.
Il vecchio castellano se ne tornò rianimato a casa e la moglie nel vedere quel pane gli domandò: Chi te 1ha dato? Stà zitta moglie mia. Me l'ha regalato limperatore in persona e mi ha detto che con questo pane saremo sazi chissà per quanto tempo e che non avrò più bisogno di lavorare. Allora la moglie suggerì: Perchè non lo portiamo alla comare che ha bottega, così ci dà in cambio un pò di pasta? Forse forse hai ragione, disse il marito, che tuttavia si dispiaceva di tradire la promessa fatta al benefattore, portò alla comare il pezzo di pane, per averne in cambio pasta e i olio, ma anche ceci fave cicerchie.
Terminate le provviste il bravuomo fu costretto di nuovo a rimediarsi la giornata e, ripassando limperatore da quelle parti si sentì rivolgere meravigliato Ancora qui ti trovi? Che ne hai fatto del pane che ti ho regalato? Ti dissi che non dovevi darlo a nessuno. Basta, ora te ne regalo un altro e saraà pena se lo dai a qualcuno.
Quando il vecchio tornò a casa tutto contento la moglie vide il pezzo di pane e riprese a tentarlo Marito mio, portiamolo alla comare, vedrai quanto bendidio ci darà.
Eh no, cara moglie, ne va di mezzo la mia vita. Quel signore me lha detto e ripetuto. Ma diàmogliene almeno una metà, insistette la donna. Beh; la meta si può anche darla. Si lasciò convincere, Avanti, prendi il coltello e dividiamolo in due. Ed ecco che, così facendo, vennero fuori dal pane tante di quelle monete doro che la moglie per la gioia, cadde ai suolo e morì. Il vecchio castellano, allora, lasciò passare del tempo, prese il pane con tutti i tarì che cerano dentro, e si trasferì in casa della comare e là visse felice cent anni, abbandonando del tutto il castello di San Fele.
(di P. Rescio)