IL CASTELLO DI PIANI DI FEDERICO

MappaNei pressi di Lavello esiste una località che viene chiamata ancora oggi “Piani di Federico”, situata presso l’antica città di Gaudiano. Questo insediamento, nominato per la prima volta nel 1097, fu donato da Ruggero Borsa al Vescovo di Melfi, per cui si trovò sempre sotto le influenze del vescovo melfitano, pur restando in ogni caso un abitato prossimo a Lavello; questa dualità, di appartenere alla guelfa Melfi e di trovarsi in un territorio della ghibellina Lavello, costrinse Federico II a distruggerla, anche se i documenti angioini riferiscono ancora una certa vitalità. Si narra, infatti, come riporta Riccardo di San Germano, che nel 1228 “nel mese di maggio un certo casale della Puglia, detto Gaudiano, è in punizione, per comando dell'Imperatore, distrutto”, poichè dovette rifiutare le tasse dovute a Federico II per bandire la sesta crociata, tasse che nel mese precedente la distruzione, continua Riccardo di San Germano, furono dispensate dal pontefice Gregorio IX, “sotto pena di scomunica, che non si ardissero di dare alcuna cosa all'Imperatore o ai suoi Baiuli per riscatto, dazio o colletta”.

Ora, poco a nord della provinciale Canosa-Lavello, si sono conservati i toponimi di “Masseria Federico” e “Piani di Federico”, presso i quali l’imperatore possedeva un allevamento di cavalli, noto in tutta la Capitanata e nell’Apulia.

Tra questi Federico ne privilegiava uno dalla zampe snelle e dagli occhi grandi e intelligenti.

Poiché nei periodi di pace (ben pochi nel Medioevo!) Federico amava trattenerlo fra le praterie e i boschi del Vulture, in una passeggiata solitaria il cavallo incontrò uno scarabeo ferito poiché schiacciato da un altro animale, e se lo portò nella stalla.

Un giorno che un inserviente si accorse dello scarabeo, il cavallo volle difendere il piccolo animale che rischiava di essere abbattuto dalla pala del servo. Divennero così amici e così iniziarono a raccontare le proprie avventure. “Io –disse il cavallo– sono famoso”. Lo scarabeo, che non si sentiva da meno, disse: “Anche io sono famoso ed onorato”. E così passava il tempo tra la stalla e in groppa al cavallo nelle praterie.

Un giorno vennero a prendere il cavallo che fu tutto vestito in pompa magna, degno di un grande imperatore. “Anche io voglio essere vestito con le vesti d’oro!”, pensò il povero scarabeo. Il maniscalco, che aveva visto l’animaletto, come a rispondergli, disse: “Dove vuoi andare tu, che sei solo un insetto?” e quegli: “Anche io appartengo alla scuderia dell’imperatore”.

Il cavallo, che aveva visto tutto, cercò di consolare l’amico che, sentendosi offeso, andò via dalla stalla e si diresse fuori verso un piccolo orto. Si arrampicò su un fiore e vide un bruco tutto romantico che esclamò: “Com’è bello essere bruchi per poi diventare farfalle leggiadre…” “Non è vero, bruco sei e bruco resterai. Noi, invece, siamo scarabei, animali di razza”. “Allora prova a volare come faccio io!” –e il bruco volò via dopo essersi trasformato in una bellissima farfalla.

Il calabrone, che non poteva volare altrettanto delicatamente come la farfalla, se ne ritornò sconsolato nella stalla, dove nel frattempo era stato ricondotto il bellissimo cavallo amato dall’imperatore. Costui era stato sconfitto, per la qual ragione si era deciso di abbattere definitivamente le scuderie ed anche il cavallo.

Fu così che il calabrone e il grande animale, anche se con una vita diversa, furono accomunati da una ugual fine.

(di P. Rescio)