IL CASTELLO DI SASSO DI CASTALDA
A Sasso cera una volta un Re che amava moltissimo la caccia. Correva per i boschi tutti i giorni, sulle tracce della selvaggina, e si divertiva come un ragazzino. E tutti i giorni, entrando nel bosco, incontrava una veccha che gli tendeva la mano dicendo: Una moneta, per lamor di Dio. Il Re non gliela negava mai, quella moneta. Anzi gliene aveva date già diverse centinaia. Un giovedì destate, mentre lei chiedeva lelemosina, le disse: Tu mi vai proprio a genio. Chissà che bella casa ti sei fatta, con tutti i soldi doro che ti ho dato. Ora vengo a vederla.
Ma le pare, Maestà! Io sono soltanto una povera vecchia che campa chiedendo lelemosina. La mia casa non merita certo la visita di un Re. E tu invitami lo stesso, disse il Re. Andiamo, non perdiamo tempo. Come vuole. Ma non se la prenda con me se alla fine resta deluso. Si misero dunque in viaggio. Dopo molte ore trovano un cancello aperto. Eccoci, Maestà. E qui che abito io. Entrarono in un piccolo giardino, sul fondo del quale cera una palazzina semplice, ma pulita. Salirono per le scale e arrivarono a un ingresso con quattro porte. La vecchia ne aprì una. Dietro la porta cera una piccola stanza e, nel mezzo, una ragazza che ricamava. Ma una ragazza tanto bella, che non ho parole per descriverla.
Maestà, disse la vecchia, le presento mia figlia. Il Re rimase a bocca aperta per lo stupore. Poi esclamò: Brava! Non sei tu che devi chiedermi lelemosina. Sono io che devo chiederti il permesso di parlare con questa tua figlia tanto bella. Poi, senza perdere altro tempo, si mise accanto alla ragazza e cominciò a parlare con lei. Dopo pochi minuti era già innamorato pazzo e quando dovette andarsene, perché era ormai molto tardi, la chiese prima in moglie. Partito il Re, la vecchia domandò alla figlia: Che cosa ti ha detto quel giovanotto?. Si è parlato di tutto, rispose lei. E poi, proprio prima di andarsene, mi ha chiesto di sposarlo.
E tu che cosa gli hai detto?. Gli ho detto che ero contenta di diventare sua moglie, se mi voleva davvero. Sei proprio una bella ingrata, protestò la vecchia. Avresti dovuto chiedermi il permesso, prima di impegnarti. Comunque, và pure. Non ti trattengo. Attenta però. Quando esci da casa mia, bada a portare via con te tutte le tue cose. Altrimenti saranno guai. Detto questo, si allontanò buia in volto.
Passano otto giorni, ed ecco il Re con la sua carrozza, pronto a portare la moglie al Palazzo. La ragazza corse a vestirsi, si pettinò in gran fretta, e fece un bel mucchio del suo corredo badando a non dimenticare niente. Dopo un pò era tanto affannata, che le venne la voglia di darsi una rinfrescata al pozzo del giardino. Anzi, per lavarsi meglio, si tolse la collana di corallo rosa che portava sempre al collo, e lattaccò al ramo di una quercia che stava lì vicino con lidea di rimettersela subito. Ma poi finì per dimenticarsene, perché il Re continuava a chiamarla. Anzi, se ne andò senza nemmeno salutare sua madre.
Quando furono a metà strada, la ragazza si toccò il collo piena di spavento: Mamma mia, esclamò, ho lasciato la mia collana di coralli su un albero del giardino. Torniamo a prenderla. Non pensarci neppure, disse il Re ridendo. Ho soldi abbastanza per comperarti non una, ma venti collane di corallo. Ma io devo avere proprio quella, rispose la ragazza con gli occhi pieni di lacrime. Mia madre mi ha detto che se lasciavo a casa qualcosa di mio, mi sarebbe successa una disgrazia.
E tanto fece, che il Re ordinò alla carrozza di tornare dietro. La sposa corse nel giardino, trovò la collana appesa allalbero come laveva lasciata, e se la mise subito, con un grido di gioia. In quellistante, il cielo sereno diventò nero di nuvole, e un tuono fece tremare gli alberi vicini. Mamma mia, gridò la ragazza. E non aggiunse altro: la sua testa era sparita. Al posto del bellissimo viso che aveva conquistato il Re, cera adesso una testa da pecora, con la lana fitta e riccia. Povera me, pianse la ragazza ecco il frutto della mia disobbedienza. E corse subito dalla madre a mostrarle cosera successo. Te neri andata via?, domandò la madre. Si, lo ammetto, disse la figlia. Sono partita lasciando indietro la mia collana, e guarda come sono conciata. Ti prego, aiutami a rimediare!.
Ormai è fatta, e io non posso più farci niente. Ti sei comportata male. Dovrai tenere questa tua testa da pecora in punizione per il resto dei tuoi giorni. Pianti e lamenti non bastarono a farle cambiare idea. Per tranquillizzare la figlia, la vecchia le offrì uno scialle di lana perché si coprisse almeno la testa ed evitasse di mostrarsi subito al Re in quello stato. La ragazza risalì dunque in carrozza, e sedette accanto a Re conciata comera, coprendosi la testa con lo scialle. Lungo la strada il Re dice: Questo scialle non mi piace proprio. Che fai così conciata?. Ho un gran freddo, disse la ragazza. Ho preso lo scialle per coprirmi la testa.
Ma quando arrivarono al Palazzo, non ci fu più verso di tenere nascosta la disgrazia. Sicché la corte cominciò a presto a farsi gioco della nuova sposa, e il Re si stancò di lei perché non era più bella come quando laveva conosciuta. Ma ormai aveva dato la sua parola, e celebrò le nozze con la ragazza come aveva promesso. Intanto però non poteva certo dire di essere soddisfatto. Camminava per i corridoi del castello con la faccia dura, scuro in volto e sempre arrabbiato. Un giorno, per paura che si ammalasse, la Regina, sua madre, gli disse: Se vuoi tenere Testa di pecora così comè, tienila pure, e non badare alle chiacchiere della corte. Ma se vuoi sbarazzarti di lei, insegnerò io come devi fare. Ci sono tante donne nel noio regno, non sarà difficile trovarne unaltra di tuo gusto. Magari potessi, sospirò il Re. È lei la mia sposa, come osso mandarla via?.
Ecco come, disse la Regina. Prendi le due donne più belle che trovi nel Palazzo, e mettile con Testa di pecora. Poi dai un cagnolino ad oguna di loro. Quella che ti porterà il agnetto più bello, tra sei mesi, sarà la tua nuova sposa. Il Re accettò il consiglio. Le due rivali trovate dal Re ingozzarono i loro cuccioli di cibi delicati, li spazzolavano e li profumavano notte e giorni. Sei mesi più tardi, il Re volle vedere i tre cagnetti. I primi due erano grassi come vitelli. Cagnacci, disse il Re. Dateli al contadino, non sono roba per me. Ma quando vide il cucciolo di Testa di pecora, che era rimasto piccolo e magro, provò un gran piacere.
Si celebrarono di nuovo le nozze, si mangiò a crepapelle, e i due innamorati vissero sempre felici e contenti.
(di: P. Rescio)