IL CASTELLO DI LAGOPESOLE

Il castello di Lagopesole è considerato, a buon diritto, una delle fortezze più antiche ed imponenti della Basilicata.

Esso è raggiungibile dalla superstrada che da Potenza conduce a, ed è visibile proprio da tutta la "Valle di Vitalba", la terra conosciuta già nell’antichità per essere stata sede di un lago riempitosi migliaia di anni fa a seguito dell’attività vulcanica del Vulture e che ha fatto sviluppare una serie di insediamenti già in periodo longobardo.

Lagopesole

Una tradizione riportata da Giustino Fortunato tramanda che "un Andronico bizantino, il quale mandato da Leonida re di Sparta, nella metà dell’ottavo secolo, a capo di un'orda di musulmani", avesse fondato una città che per le ricchezze possedute era conosciuta con il nome di Fiorenzuola; ebbene, quel luogo era proprio Lagopesole.
Non tutto ciò che si è detto è falso, se si pensa che altre storie riportano che tra il 925 e il 929 vi furono, nella zona, numerose incursioni musulmane; in una valle detta degli Schiavoni, nelle vicinanze del castello fu trovata nel secolo scorso una corniola con caratteri arabi, che recitava: "La mia buona speranza è in Dio, nel profeta avventurato, nel tutore che conosce la nuova via, in Husain ed Asan".

Ceramica del XIII sec.

La prima notizia risale al 1129, quando Ruggero, dopo aver sedato una rivolta in Puglia, si diresse verso un "castello, che in parlata locale si chiama Lagopesole", e l’altra del 1137, data in cui il pontefice Innocenzo II si incontra con l'imperatore Lotario III "vicino le sorgenti di Lago Pesole, per quasi trenta giorni".

Antico e ben conservato, questo castello è uno dei più maestosi degli edifici militari eretti da Federico II.

Ha una forma prevalentemente quadrangolare, con delle piccole torri ad angolo di rinforzo, e si staglia sulla rupe come una scultura perfetta dai portali a sesto acuto e graziose bifore all’interno.

Il castello ebbe massima importanza, poiché fu soprattutto sede dell’amministrazione degli imperatori svevi e fu luogo di diletto anche per gli Angioini.

Nel 1255, Manfredi, figlio naturale di Federico II, appena ventitreenne, si ammalò di malaria nel castello di Falazzo. Per guarire dagli affanni della malattia, venne a sapere che nel castello di Lagopesole l’aria era salubre e d’estate si poteva godere di un meraviglioso panorama. Proprio a Lagopesole, durante la convalescenza, Manfredi tradusse dall’ebraico in latino un libro di Aristotele, il De pomo sive de morte, premettendovi un magnifico prologo, e forse mise mano all’immenso patrimonio letterario del padre Federico II ricostruendo il De Arte venandi cum avibus.

Dalle logge Manfredi controllava le non lontane Murge, spostandosi a volte a Palazzo San Gervasio, Guaragnone, Spinazzola Gravina e Irsina, ripercorrendo così la tradizione paterna del dominio sul territorio.

Il castello, dopo la parentesi non secondaria degli Angioini, fu poi donato dalla regina Giovanna II a Covella Ruffo, sua nipote, duchessa di Sessa e contessa di Squillace, Montalto ed Alife, con l'indicazione: "Nemus et territorium Sancti Gervasii cum palatio seu domo situ in provincia Basilicate".

Di questa Covella, che la tradizione vuole sia stata bellissima ed avventuriera, si raccontano diversi episodi e stravaganze; tra i tanti, quello del cosiddetto "periodo del basso e grasso" durante il quale Covella non si faceva amare che da uomini bassi e grassi, o l’altro detto "dei medici", perché Covella voleva essere costantemente sotto il controllo dei medici, essendo in ansia per la sua bellezza; o l’altro ancora "della noia", durante il quale passava le sue giornate appollaiata sugli alberi del bosco che circondava il castello

E comunque certo che fosse un’intrigante; valga per tutti l’esempio dell’odio a morte verso l’Orsini duca di Matera.

Nel 1507 il castello venne dato a Carlo Maria Caracciolo e quindi devoluto "per diritto di fellonia" al fisco, dal quale lo acquistò Ferrante di Alarçon.

Pervenne, infine al marchese di Genzano, De Marinis, ma poi, dopo l’assunzione al Demanio, passò al Corpo Forestale, che è attuale proprietario.

(di P. Rescio)