IL CASTELLO DI CRACO

Craco oggi appare un paese abbandonato o, meglio, una città morta, ma alcuni abitanti dalla cultura e gentilezza eccezionali come il vigile Tuzio e l’anziano Pietro Tuzio impongono di studiare e salvare questo grande centro della Basilicata.

Craco

In realtà l’insediamento di Craco è documentato per la prima volta nel 1060, quando si trova inserito tra i possedimenti dell’arcivescovo Arnaldo di Tricarico, e intorno al 1168, quando il primo feudatario è un certo Erberto. Ancora nel 1176-1179 Craco è in mano di Roberto di Pietrapertosa, giustiziere regio, che possiede con il collega Fulco di Miglionico una corte con l’assistenza di due giudici di Montepeloso (Irsina) e del camerario di Forenza.

L’idea del feudatario riporta subito all’evidenza più consistente, cioè alla torre quadrangolare che si erge sull’abitato. Essa, in origine servita da scale di legno, all’interno doveva essere organizzata in una serie di stanze e soppalchi, le cui tracce sono ancora visibili dalle pareti esterne.

Quasi con certezza, è questa torre ad essere la sede in cui troviamo Goffredo, feudatario nel 1239, che per ordine di Federico II vi rinchiude alcuni prigionieri lombardi. Si racconta che qui Federico II avesse rinchiuso questi prigionieri in botti di legno e, provocando in esse un foro per guardare l’interno, li uccise, per sperimentare se l’anima uscisse dal corpo dei cadaveri.

Con la morte dello svevo e con la successione al regno dell’imperatore francese Carlo I, cioè dopo il 1266, scaturisce che la città fu posseduta da Pietro de Beaumont, e pochi anni dopo, nel 1277, registra 83 "fuochi", cioè famiglie.

Più oscure si fanno le vicende successive, secondo le quali il feudo passò alla famiglia Monforte alla fine del XIII sec., per poi passare alla famiglia Del Balzo e agli Sforza nel XV sec. Nel corso del secolo successivo Craco appartenne alla nobile famiglia dei Sanseverino, i quali promossero certamente uno sviluppo urbanistico, durante il quale sorgono i grandi palazzi nobili, come Palazzo Maronna, dove vivevano famosi farmacisti; Palazzo Carbone, già della famiglia Rigirone, ubicato nella parte più settentrionale ed estrema dell’abitato, fu costruito anche in quest’epoca.

Palazzo Carbone è ricordato nella vicenda storica della Basilicata della fine del Settecento sino al compimento dell’Unità nazionale, quando la società lucana iniziò a registrare segni di dinamismo e di rinnovamento; sulla scia del rinnovamento riformatore napoletano andò crescendo, nella popolazione contadina, un nuovo ceto dirigente noto come "borghesia rurale", formatosi dall’unione di "massari", professionisti ed intellettuali. Con le sommosse e i tumulti avvenuti a Potenza, Montescaglioso, Cancellara, Matera, Rionero e Ruoti, Craco assiste al tentativo dei contadini di occupare le terre comunali e quelle ecclesiastiche indebitamente occupate. Fu proprio da Palazzo Carbone che i vecchi nobili si rifugiarono tutti con armi e munizioni; essi, presi dallo spavento delle rivolte, dopo una riunione plenaria, spararono contro gli insorti che si erano adunati a valle. Fu così che i ribelli subirono la sconfitta tra il marzo e l’aprile del 1799 ad opera delle forze guidate dallo spietato cardinale Ruffo.

La sconfitta degli ideali repubblicani e la prosecuzione dei saccheggi da parte delle vittoriose truppe francesi causò la rinascita più cruda e violenta del brigantaggio.

Il resto è storia attuale: nel mentre si realizzavano le fognature, negli anni Cinquanta-Sessanta, l’acqua infiltrò nei terreni argillosi ed iniziò a provocare disastri e lesioni profonde effetto di numerose frane di scorrimento.

Gli ultimi abitanti del luogo dicono che la causa di tutto era il serbatoio dell’Acquedotto, che immettendo le acque nelle fognature ne impregnava il terreno.

Quella torre e quel castello, che fecero nascere Craco potendolo difendere dalle incursioni nemiche, ora sono considerate causa del completo spopolamento.

(di P. Rescio)