IL CASTELLO DI SELVA SAN LIOGI

Una giovane donna di venticinque anni di nome Filomena aveva una terra presso la torre di Selva San Liogi; ella aveva i capelli neri e l’incarnato chiaro come la neve; il marito, strano a dirsi, era un marinaio e navigava in lontani paesi; perciò Filomena fu tentata da un giovane signore, gli cedette e divenne infedele.

Selva San Liogi

Presto, tuttavia, subentrò il pentimento e appena tornato il suo uomo gli si gettò alle ginocchia confessando la colpa e domandandogli perdono.

Il marinaio, benché l’amasse grandemente, non corrispose alle sue implorazioni e decise di punirla. “Preparati a morire” le disse.

La donna, atterrita, di nuovo supplicò strappandosi i lunghi capelli che sembravano di seta; ma vana fu ogni promessa per il futuro e vani i ricordi del passato.

Lo stesso giorno il marinaio la caricò a bordo della barca, sciolse le vele e appena fu distante dieci leghe dalla costa, l’afferrò per la vita e la gettò fra le onde. “Ora sono vendicato!” si disse, e mestamente tornò in porto ben immaginando il destino di quel corpo alla mercè dei pescecani.

Le sirene invece ebbero pietà della bella annegata, l’accolsero tra le loro braccia e la condussero nei loro palazzi incantati dove una schiera di donne splendenti l’attendeva per farle festa: e chi le pettinava le chiome, chi le profumava le mani e il seno, chi le poneva al collo di cigno una collana di rossi coralli; infine la Regina le impose questo nome: Spuma.

Sennonché, pur confusa da tante premure e conquistata da quelle magnificenze, Filomena non riusciva a dimenticare le traversìe terrene, il rimorso per il tradimento inflitto al marito riprendeva a torturarle l’anima, gli occhi di conseguenza si velavano di malinconia e il sorriso si spegneva sulle labbra.

Per sollevarla da questa tristezza e darle un segno del loro affetto le sirene la iniziarono all’arte del canto malizioso con cui da secoli attiravano gli ingenui marinai. FilomenaSpuma prese dunque posto nel cerchio delle compagne canterine, ma non sempre aveva voglia di emergere con loro; più spesso si appartava, o vagava di qua e di là solitaria nel regno delle acque azzurre.

Una notte che il cielo e il mare erano illuminati dalla luna piena, ella scorse da lontano un vascello con le vele gonfie al vento di maestro, e mentre questo si avvicinava le sirene la trascinarono in superficie: “Vieni, vieni con noi a cantare”; e circondarono la nave con note così soavi che d’improvviso si vide un uomo salire sul parapetto e slanciarsi nelle onde. Filomena con una stretta al cuore lo riconobbe: quel marinaio era suo marito.

Allora pregò le compagne che non lo uccidessero, né lo trasformassero in corallo o in bianco cristallo, che lo lasciassero vivo almeno per un giorno.

Le sirene, impietosite dalle sue parole, accordarono ventiquattro ore al prigioniero ed ella, che era rimasta sola nella reggia sottomarina, si avvicinò alla cella dove era stato rinchiuso il marito e cominciò a cantare:

“Io ti conobbi in vita e a te fui ingrata tu mi amasti
traendomi dal mio nido per condurmi
al dolce talamo e io ti tradii.
Oh quanto piansi per il mio tradimento! Quanto piansi!
E piango ancora, amato mio.
Non riconosci le mie lacrime?”

Intese il prigioniero quella canzone e ne rimase stupefatto: poteva mai essere Filomena a cantare con quella voce sorgiva, la donna che egli aveva ucciso e gli si rivolgeva con tanto tremore?

La canzone proseguiva:

“Per salvare te io rischierò le catene
le sirene forse non mi perdoneranno di ridare la libertà

a chi era destinato a morire”.

Poi si fece ancor più da presso alla cella e disse sottovoce: “Ascoltami, Michele. Le sirene sono qui intorno a giocare ed è già tardi. Sta per sorgere il sole e tu sai che il giorno esse riposano e la notte tendono reti ai marinai. Questa sera stessa, appena si saranno allontanate dal palazzo, io verrò a prenderti. Tu abbracciati a me fiducioso e lasciati guidare”. Passò quel giorno, giunse la sera, e il marinaio dubitava che la sua donna venisse a salvarlo. Ma ecco che ella si presentò raggiante di gioia, gli tese le braccia e insieme fluttuarono per ore e ore finché non sfiorarono la prua di un bastimento.

“Adesso domanda aiuto a quei naviganti”, gli suggerì la donna. Il marinaio gridò tre volte, dalla nave fu calata una scialuppa e venne issato a bordo nell’attimo in cui Filomena, compiuta la sua opera, risprofondava negli abissi.

Tornato a casa, Michele ricominciò a vivere le sue giornate con animo tutt’altro che sereno: era assalito dai rimpianti, si aggirava per le stanze senza requie e non c’era oggetto che non gli richiamasse alla memoria la sua donna e non c’era suono che non gli ricordasse le parole melodiose da lei sussurrate man mano che lo liberava dall’incantesimo.

E allora si accorse che non poteva più sfuggire a un obbligo: salvarla, o perdersi accanto a lei. Si addentrò in una foresta, sedette sotto un noce dove correva fama si radunassero le fate a danzare, e attese. D’un tratto scorse tra i rami una brutta vecchia che sorrideva.

“Chi sei tu?” gli domandò una vecchia. “Un infelice!”, esclamò il marinaio. “Perché infelice?”. Michele capi che la vecchia era una fata e avrebbe potuto aiutarlo, e con l’animo aperto alla speranza le narrò in ogni particolare i casi della sua vita. “Tu mi sembri un bravo giovane » disse infine la vecchia. “E io voglio farti riacquistare tua moglie. A un patto però”. “Accetto senza fiatare. Farò quello che vorrete”.

“E allora ascolta: a notte fonda dovrai tornare qui e deporre ai piedi di quest’albero un fiore che si trova solo nei palazzi delle sirene e che si chiama Il più bello...”.

“Ma come farò io, poveraccio, a prendere dal palazzo delle sirene un simile fiore?” si sgomentò il marinaio. “Eppure, se vuoi riacquistare tua moglie devi portare qui Il più bello”.

S’imbarcò sul suo legno e sciolse le vele al vento. Sopraggiunta la notte, calcolò che aveva navigato per oltre dieci leghe e che era tempo di chiamare la moglie. La chiamò, infatti, e subito la bellissima Filomena gli apparve tra le spume. “Amore mio” le disse “son venuto per salvarti”. “E come?” domandò la poverina. “Devi solo riuscire a prendere il fiore che chiamano Il più bello nel palazzo delle sirene”. “Oh, amore mio”, rispose tristemente, “chiedi l’impossibile. Il fiore che tu dici fu tolto alle fate e manda profumo celestiale laggiù nei nostri palazzi. Ma il giorno in cui tornasse sulla terra morirebbero cento sirene ed io sarei tra queste”. “Tu non morrai” insistette il marito “perché una fata di sicuro ti proteggerà. Perciò devi a qualunque costo procurare Il più bello”. “Vieni domani” disse Filomena.

L’indomani il marinaio attese all’àncora che la moglie emergesse, e appena quella ricomparve sulla cresta di un’onda le domandò: “Ebbene?”. “Ho riflettuto e ho indagato. Perché possa ottenere il fiore è necessario che tu compia un sacrificio”. “Quale?”. “Vendere ogni tuo avere e col denaro ricavato acquistare i più bei gioielli che si ammirino nelle principali vetrine del regno. Le sirene, attratte dal luccichìo, si allontanerebbero dal palazzo di cristallo e io potrei rapire il fiore”.

In pochi giorni vendette ogni suo avere e acquistò più rari gioielli del regno. Le sirene, abbagliate da quegli splendori, presero a seguire a frotte la barca, invocando chi un orecchino chi un pendaglio chi un bracciale chi un fermaglio... E intanto che Michele si adoprava a pararle si udì d’un tratto un tremendo boato sottomarino e l’acqua si levò a immense altezze. Le sirene compresero allora quel che era avvenuto, ma era ormai troppo tardi: a cavallo di una scopa si vide navigare per l’aria una vecchia fata che si portava Filomena, per consegnarla finalmente a suo marito, per sempre.

(di: P. Rescio)